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  Fondazione Culturale "1860 Gallarate Città"
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Venerdì 18 giugno
  Ore 11.00 - TEATRO CONDOMINIO VITTORIO GASSMAN
I Teatrini
Il sentiero del lupo
Uno spettacolo di Giovanna Facciolo
Liberamente tratto da Cappuccetto Rosso
PRIMA NAZIONALE

Dagli 8 anni
di Giovanna Facciolo
con Raffaele Ausiello e Tonia Garante
scene Massimo Staich e Monica Costigliola
costumi Annalisa Ciaramella
disegno luci Luigi Biondi
suono Daniele Chessa
tecnici luci e audio Paco Summonte e Ivan D'Alessandro

Un lupo ingannatore che cerca di sedurre una bambina, per divorarla. Un bosco. Un intrigo. Di rami, di sentieri, di pensieri ….strani, ambigui. Come la nonna, che non è quella di sempre, come la bimba, che non si sente quella di sempre, come quel lupo…. Solo, nel bosco. Così suadente, ma insidioso nello stesso tempo, e che anche se non c’è, ti senti il suo sguardo addosso.

Una storia antica quella di Cappuccetto Rosso, che viene da lontano e fa il giro del mondo adattandosi alle differenti culture, ma che conserva, all’interno di molteplici letture possibili, uno stesso messaggio di fondo: il pericolo sempre in agguato di abusi verso l’infanzia.

E così ammonisce Perrault alla fine del suo Chaperon Rouge

“Qui si vede che i bimbi, ed ancor più le care
bimbe, così ben fatte, belline ed aggraziate
Han torto ad ascoltare persone non
fidate
Perché c’è sempre il lupo che se le può mangiare.
Dico il lupo perché non tutti i lupi
Son d’ una specie, e ben ve n’è di astuti
Che, in silenzio, e dolciastri, e compiacenti,inseguon le imprudenti
fin nelle case. Ahimè son proprio questi
i lupi più insidiosi e più funesti!

Una storia antica e popolare, che ci aiuta a parlare di seduzione e violazione dell’infanzia attraverso il linguaggio della favola e il potere dei suoi simboli, che la nostra rilettura rilancia attraverso nuove e antiche sensibilità, capaci di parlare al giovane pubblico con leggerezza e profondità.

Una storia antica che ci aiuta a guardare nei nostri giorni, all’infanzia e ai suoi “lupi”, ai suoi confini oltraggiati, ai suoi mondi traditi.

Abbiamo ripercorso questa favola, forse la più inquietante ma la più richiesta e raccontata nell’infanzia di tutti, attingendo oltre che a Perrault e ai fratelli Grimm, anche, e soprattutto, alle radici più popolari che hanno attraversato l’Europa e i suoi confini, ritrovando nella protagonista stessa, quella forza salvifica che la libererà dal lupo.

laboratorio scenografico Proscene Flegrea
foto di scena Pino Miraglia
grafica Massimo Staich
ufficio stampa Renato Rizzardi/Tema Comunicazione
organizzazione Luigi Marsano

si ringrazia per la preziosa collaborazione:

Maria Rosa Dominici, psicoterapeuta, Consulente Tecnico del Giudice Corte d’Appello di Bologna
Tiziana Roversi
, esperta di letteratura e illustrazione per l’infanzia
il Teatro Garibaldi di S. Maria Capua Vetere

Adele Amato de Serpis, Sofia Abatangelo

fascia di età dagli 8 anni
tecnica utilizzata teatro d’attore
durata 60 minuti

 
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I Edizione 2006
II Edizione 2007
III Edizione 2008
IV Edizione 2009

Un festival per il
Teatro Ragazzi

Ormai un decennio fa, in coincidenza con l’atto di nascita del coordinamento regionale per il Teatro Ragazzi e giovani Lombardo, il documento ufficiale di costituzione sottolineava la necessità di affermare l'idea che anche organizzare teatro ragazzi comporta professionalità e responsabilità e di favorire la collaborazione tra Enti Pubblici e Centri o Compagnie di progetto nella programmazione.  

Se questo vale in generale, vale a maggior ragione per il teatro ragazzi: l’unico settore del mondo del teatro nel quale il pubblico è sostanzialmente pubblico coatto, che non sceglie gli spettacoli cui assisterà. Sul piano organizzativo, questo comporta la necessità di una relazione costante con un pubblico intermedio - insegnanti, programmatori, assessori - che, a propria volta, si trova di fronte alla straordinaria responsabilità formativa di dover scegliere per gli altri. E’ necessaria una grande cautela, una buona conoscenza delle produzioni in circolazione, oltrepassando la fascinazione derivante dal dépliant ben presentato o, peggio, la tentazione di appiattirsi sulle certezze (da cui il proliferare, davvero oggi eccessivo, di Aladini, Cappuccetti Rossi e Lupi cattivi dalle spalle ormai un po’ polverose).  

Il teatro ragazzi e giovani è infatti, inevitabilmente ed essenzialmente, teatro di ricerca: perché non può prescindere da un’incessante interrogarsi sull’evoluzione dell’immaginario infantile ed adolescenziale, sulle mutazioni del linguaggio e delle tematiche e - al punto limite della riflessione - sul proprio stesso essere. Il teatro ragazzi muove dal rifiuto di considerare il mondo giovanile come un ulteriore segmento di mercato, assumendo al contrario a proprio fondamento la necessità della crescita attraverso il teatro, attraverso la  sua capacità di produrre o innescare cambiamenti, di attivare la fantasia. Da cui - sovente - la polemica contro la televisione, non in quanto tale ma in quanto strumento di utenza passiva, regno dell’esplicito e del previsto.  

Questo perché il senso del teatro sta nell’essere teatro recitato: con il suo portato di relazione con un pubblico che retroagisce con quanto accade “là sopra”, ne modifica anche profondamente la storia e gli eventi; con il suo senso di evocazione, implicito nella logica dello spazio scenico e radicalmente negli stessi mezzi di produzione: un’evocazione che richiede la partecipazione del pubblico, l’attenzione attiva alla “creazione” di eventi, oggetti e dinamiche invisibili ma presenti in scena, un invito all’immaginazione; teatro come prototipo dell’irriproducibilità tecnica, nel quale il rischio e la possibilità dell’innovazione sono costitutivi dell’azione scenica, ne costituiscono il sale; teatro come luogo della condivisione sociale, in una prospettiva di riscoperta di momenti dello “stare insieme”, del “capire insieme” e del “fare insieme” che paiono oggi aver perso sempre più terreno, sublimandosi nelle celebrazioni di massa dei mega-concerti o dello stadio.  

Per questo complesso di motivazioni è possibile sostenere che il teatro ragazzi assolve di fatto una funzione pubblica, ponendosi come portatore di fattori di crescita, di cultura, di civiltà configurandosi come momento essenziale della ricchezza formativa di cui il mondo dell’educazione deve essere portatore.  

Ma l’unica ragione per cui questa necessità - oltre le convinzioni autoreferenziali dei teatranti - può essere affermata obiettivamente va rintracciata in una visione più ampia, in una riflessione sulla qualità della vita e sul senso del parallelismo esistente tra sviluppo sociale e sviluppo culturale. Lo sviluppo sociale, nelle sue implicazioni economiche e tecnologiche, comporta, come è davanti agli occhi di tutti, la proliferazione multidimensionale dei bisogni, l’emergere di una domanda di ricchezza che non si ferma al dato materiale ma si estende all’intero dominio della cultura, dello svago, del tempo libero nei quali “l’individuo umano ricco è l’individuo bisognoso di una totalità di manifestazioni umane”. Nel contempo - è un dato ovvio che tuttavia pare riflettersi molto poco nei piani di spesa pubblica - lo sviluppo culturale porta con sé la possibilità di ulteriori sviluppi sociali, in una prospettiva evolutiva circolare che si autoalimenta.  

E se il teatro - in questa immagine multifunzionale di ambito partecipativo, educativo, culturale e di svago - rappresenta un momento essenziale della vita di un territorio e della sua ricchezza, allora certamente il lavoro teatrale può assolvere una funzione pubblica, purché condotto con rigore, professionalità, sensibilità nella programmazione, competenza. Un'attività che, lo mostra l'esperienza, non è più possibile ridurre alla "semplice" programmazione di rassegne: dalla classe docente giungono rilevanti e fondamentali appelli ad un dialogo costante, all'informazione, alla possibilità di uno scambio legato alla formazione teatrale; dalle famiglie emerge, con sempre maggior frequenza, una domanda di possibilità di svago, crescita, ricreazione e socializzazione per figli tendenzialmente "monadici", isolati nel gioco e nell'apprendimento, silenziosi, straordinariamente "tecnologici" ma votati ad una "navigazione" esclusivamente telematica in cui lo spazio del viaggio è sempre meno il mondo e sempre più la rete cibernetica; dai giovani, in forme a volte incomprensibili e "devianti", arrivano quotidianamente - spesso nella versione fuorviante del reportage giornalistico - segnali di un disagio profondo di natura sociale e culturale, che richiedono risposte strutturate.  

E' del tutto evidente che il teatro non è, né può essere, la panacea o l'antidoto di processi che paiono davvero investire l'intero dominio dello scambio e della vita sociale. Più modestamente, tuttavia, il teatro e le sue forme possono aspirare al piccolo ma insostituibile ruolo di veicolo di briciole di cultura, comunicazione e relazione capaci forse di innescare lievi, ma fondamentali, processi in controtendenza, tanto più in grado di sedimentare quanto più sono legati a progettualità strutturali e non eccezionali che pongono le giovani generazioni al centro delle prospettive di sviluppo della comunità.

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