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  Fondazione Culturale "1860 Gallarate Città"
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Venerdì 18 giugno
  Ore 21.30 – Piazza Libertà
Compagnia Walter Broggini
Pirù e la vendetta di Teodoro

Dai 5 anni (per tutti)
creazione, allestimento e animazione Walter Broggini
burattini e scenografie Walter Broggini e Elide Bolognini
costumi Elide Bolognini
baracca Eugenio Tiziani


Pirù e la vendetta di Teodoro é il quarto episodio della saga di Pirù.
Pirù è svelto ed eloquente più di Gioppino, ma ne prende il senso di ruvida giustizia ed i metodi spicci; è energico e risoluto più di Fagiolino; coraggioso più di Pulcinella.
Le avventure di Pirù si rivolgono a tutti, grandi e piccoli, con storie semplici capaci di divertire e anche di far riflettere il pubblico di ogni età. Storie presentate sempre con leggerezza e ironia, nel registro della commedia e della comicità, in un gioco che chiede la partecipazione attenta e misurata del pubblico.
Il malvagio Cavalier Teodoro, aiutato dal suo sgherro Capitano Bobò, riesce a fuggire dal carcere in cui è stato rinchiuso. Teodoro vuole ad ogni costo tornare sul trono di Mezzotacco e al contempo vendicarsi di Pirù, che anni prima l’aveva consegnato alla giustizia mettendo fine alla sua tirannia. Per tornare re e consumare la sua vendetta il Cavaliere é disposto a tutto e ricorre ai servigi di Brighella, brigante senza scrupoli. Il popolo di Mezzotacco, allarmato dalla fuga di Teodoro chiede aiuto a Pirù, che si mette sulle tracce del Cavaliere e del Capitano. Nella caccia ai fuggiaschi Pirù dovrà però guardarsi dalle trame e dai pericoli portati da Brighella, mosso dal denaro promessogli da Teodoro. La storia ha ovviamente il classico lieto fine e dopo sfide e fatiche vedrà la meritata affermazione dell’eroe.

fascia di età dai 5 anni (per tutti)
tecnica utilizzata burattini a guanto in baracca
durata 60 minuti 
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I Edizione 2006
II Edizione 2007
III Edizione 2008
IV Edizione 2009

Un festival per il
Teatro Ragazzi

Ormai un decennio fa, in coincidenza con l’atto di nascita del coordinamento regionale per il Teatro Ragazzi e giovani Lombardo, il documento ufficiale di costituzione sottolineava la necessità di affermare l'idea che anche organizzare teatro ragazzi comporta professionalità e responsabilità e di favorire la collaborazione tra Enti Pubblici e Centri o Compagnie di progetto nella programmazione.  

Se questo vale in generale, vale a maggior ragione per il teatro ragazzi: l’unico settore del mondo del teatro nel quale il pubblico è sostanzialmente pubblico coatto, che non sceglie gli spettacoli cui assisterà. Sul piano organizzativo, questo comporta la necessità di una relazione costante con un pubblico intermedio - insegnanti, programmatori, assessori - che, a propria volta, si trova di fronte alla straordinaria responsabilità formativa di dover scegliere per gli altri. E’ necessaria una grande cautela, una buona conoscenza delle produzioni in circolazione, oltrepassando la fascinazione derivante dal dépliant ben presentato o, peggio, la tentazione di appiattirsi sulle certezze (da cui il proliferare, davvero oggi eccessivo, di Aladini, Cappuccetti Rossi e Lupi cattivi dalle spalle ormai un po’ polverose).  

Il teatro ragazzi e giovani è infatti, inevitabilmente ed essenzialmente, teatro di ricerca: perché non può prescindere da un’incessante interrogarsi sull’evoluzione dell’immaginario infantile ed adolescenziale, sulle mutazioni del linguaggio e delle tematiche e - al punto limite della riflessione - sul proprio stesso essere. Il teatro ragazzi muove dal rifiuto di considerare il mondo giovanile come un ulteriore segmento di mercato, assumendo al contrario a proprio fondamento la necessità della crescita attraverso il teatro, attraverso la  sua capacità di produrre o innescare cambiamenti, di attivare la fantasia. Da cui - sovente - la polemica contro la televisione, non in quanto tale ma in quanto strumento di utenza passiva, regno dell’esplicito e del previsto.  

Questo perché il senso del teatro sta nell’essere teatro recitato: con il suo portato di relazione con un pubblico che retroagisce con quanto accade “là sopra”, ne modifica anche profondamente la storia e gli eventi; con il suo senso di evocazione, implicito nella logica dello spazio scenico e radicalmente negli stessi mezzi di produzione: un’evocazione che richiede la partecipazione del pubblico, l’attenzione attiva alla “creazione” di eventi, oggetti e dinamiche invisibili ma presenti in scena, un invito all’immaginazione; teatro come prototipo dell’irriproducibilità tecnica, nel quale il rischio e la possibilità dell’innovazione sono costitutivi dell’azione scenica, ne costituiscono il sale; teatro come luogo della condivisione sociale, in una prospettiva di riscoperta di momenti dello “stare insieme”, del “capire insieme” e del “fare insieme” che paiono oggi aver perso sempre più terreno, sublimandosi nelle celebrazioni di massa dei mega-concerti o dello stadio.  

Per questo complesso di motivazioni è possibile sostenere che il teatro ragazzi assolve di fatto una funzione pubblica, ponendosi come portatore di fattori di crescita, di cultura, di civiltà configurandosi come momento essenziale della ricchezza formativa di cui il mondo dell’educazione deve essere portatore.  

Ma l’unica ragione per cui questa necessità - oltre le convinzioni autoreferenziali dei teatranti - può essere affermata obiettivamente va rintracciata in una visione più ampia, in una riflessione sulla qualità della vita e sul senso del parallelismo esistente tra sviluppo sociale e sviluppo culturale. Lo sviluppo sociale, nelle sue implicazioni economiche e tecnologiche, comporta, come è davanti agli occhi di tutti, la proliferazione multidimensionale dei bisogni, l’emergere di una domanda di ricchezza che non si ferma al dato materiale ma si estende all’intero dominio della cultura, dello svago, del tempo libero nei quali “l’individuo umano ricco è l’individuo bisognoso di una totalità di manifestazioni umane”. Nel contempo - è un dato ovvio che tuttavia pare riflettersi molto poco nei piani di spesa pubblica - lo sviluppo culturale porta con sé la possibilità di ulteriori sviluppi sociali, in una prospettiva evolutiva circolare che si autoalimenta.  

E se il teatro - in questa immagine multifunzionale di ambito partecipativo, educativo, culturale e di svago - rappresenta un momento essenziale della vita di un territorio e della sua ricchezza, allora certamente il lavoro teatrale può assolvere una funzione pubblica, purché condotto con rigore, professionalità, sensibilità nella programmazione, competenza. Un'attività che, lo mostra l'esperienza, non è più possibile ridurre alla "semplice" programmazione di rassegne: dalla classe docente giungono rilevanti e fondamentali appelli ad un dialogo costante, all'informazione, alla possibilità di uno scambio legato alla formazione teatrale; dalle famiglie emerge, con sempre maggior frequenza, una domanda di possibilità di svago, crescita, ricreazione e socializzazione per figli tendenzialmente "monadici", isolati nel gioco e nell'apprendimento, silenziosi, straordinariamente "tecnologici" ma votati ad una "navigazione" esclusivamente telematica in cui lo spazio del viaggio è sempre meno il mondo e sempre più la rete cibernetica; dai giovani, in forme a volte incomprensibili e "devianti", arrivano quotidianamente - spesso nella versione fuorviante del reportage giornalistico - segnali di un disagio profondo di natura sociale e culturale, che richiedono risposte strutturate.  

E' del tutto evidente che il teatro non è, né può essere, la panacea o l'antidoto di processi che paiono davvero investire l'intero dominio dello scambio e della vita sociale. Più modestamente, tuttavia, il teatro e le sue forme possono aspirare al piccolo ma insostituibile ruolo di veicolo di briciole di cultura, comunicazione e relazione capaci forse di innescare lievi, ma fondamentali, processi in controtendenza, tanto più in grado di sedimentare quanto più sono legati a progettualità strutturali e non eccezionali che pongono le giovani generazioni al centro delle prospettive di sviluppo della comunità.

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